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Diario dallo smart working. Giorno 7

A causa dell’emergenza coronavirus sono in una specie di smart working anche questa settimana. Questo è il settimo giorno.

Oggi pensavo al caffè. Forse qualcuno si scandalizzerà nel leggere che a me il caffè espresso, il caffè del bar insomma, quello con la schiumetta e l’aroma intenso, non piace. Eppure lo bevo, perché là fuori non c’è altro: o il caffè del bar, o il caffè della macchinetta, che è praticamente la stessa cosa. Ne prendo uno appena arrivo in studio, uno dopo pranzo, e a volte un’altro a metà pomeriggio.

Il caffè espresso non mi piace perché:

  • è poco;
  • scotta;
  • è troppo intenso;
  • a volte scotta pure la tazzina, maledizione.

Bere l’espresso per me non è piacevole, e chiedere il caffè lungo (cosa che spesso faccio) non è la soluzione, ma solo un modo per prolungare l’agonia, perché per quanto diluito sia, è sempre espresso.

Forse la cosa migliore di questo periodo di smart working è che non sono più costretto a bere il caffè espresso. A casa ho la macchina del caffè americano, che è abbondante, non scotta e ha un aroma più blando, che non mi offusca il palato. Il caffè americano lo potrei bere a litri; e visto che sono a casa mia e nessuno me lo impedisce, è esattamente ciò che faccio.

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